Design e Artigianato, Arti Applicate e Decorative

Editoriale

anno XXXII n. 2-3/21 (122-123) Apr/Set 2021

l settore del design, meglio di altri comparti del made in Italy, ha dimostrato particolare resilienza di fronte all’emergenza scatenata dal Covid-19. Una resilienza che si è tradotta in un calo del fatturato aggregato inferiore a quello di una buona parte dei settori storici nazionali. Quando si parla di risultati aggregati, occorre però fare attenzione. Come è noto, la media può nascondere situazioni di notevole discrepanza. A favore dell’arredo c’è stato senz’altro un fattore contingente, ovvero la riscoperta dell’ambiente domestico. Tra i diversi fenomeni attivati dal Covid, infatti, c’è l’impennata della richiesta di abitazioni dotate di maggiori spazi, spesso anche dotate di opzioni all’aperto. Una tendenza che ha sicuramente attivato le spese di arredo. Non solo. La casa è divenuta il centro delle spese domestiche, a prescindere dai cambiamenti di abitazione. Questo trend non si è spento in questi primi mesi di ripresa, al contrario, così come altri settori, anche il design sembra trovare nel segmento consumer un importante elemento di rilancio.
In questa situazione è evidente che si avvantaggino anche molte attività del nostro comparto orientate al complemento d’arredo e al regalo utile per la casa. È ancora presto per avere delle statistiche affidabili, ma occorre riflettere sul fatto che la ripresa c’è, anche se potrebbe non avere per tutte le aziende la stessa forza.
“Convincere le aziende a esserci”. Nelle scorse settimane, Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine, aveva commentato così la scelta di riaprire i battenti della Fortezza, per un’edizione della fiera fiorentina in presenza. In quella frase si leggono i timori che il sistema si faccia trovare impreparato di fronte all’opportunità di un rapido ritorno al reale.
La cautela delle aziende e dei brand si vede. E gli inviti a fare sistema da parte dei vertici istituzionali evidenziano la necessità di dare una sveglia. Certo, non si può cancellare in poche settimane il lascito economico e psicologico di un anno passato in quarantena, ovvero i timori di contagio che assalgono le persone al ritorno in pubblico, e, ancor più, la consapevolezza che tale timore assale anche chi si accinge a stringere la mano. Ma la sensazione è che questa cautela sia in qualche modo favorita da un effetto indesiderato dell’euforia digitale. Come a dire: tanto c’è l’online. In Italia, più che in altri paesi, il diffondersi dell’e-commerce è stato un evento di rottura, in quanto il made
in Italy presentava evidenti ritardi culturali e tecnologici. Ma, dopo la fase traumatica, il digitale ha evidenziato tutte le sue enormi potenzialità anche per il ramificato e frammentato made in Italy, che, di fatto, ha recuperato in pochi mesi i ritardi di alcuni anni. Non si deve, però, perdere di vista la necessità di valorizzare quelli che sono i suoi tratti di unicità globali: elevata qualità dei prodotti, la storia artigianale che li accompagna, le connessioni culturali e sociali con il territorio hanno bisogno di qualcosa che non si trova in un sito o in un social, bisogna stare con i piedi ben piantati per terra.

Cordialmente

Giovanni Mirulla

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